Stress mitocondriale:

antibiotici e Covid sul banco degli imputati.


Intervista al professor Enzo Soresi e al professor Alberto Beretta a cura di Bruno Lanata.

I rischi connessi

all’assunzione di antibiotici fluorochinolonici sono ormai noti da tempo. Tanto che nel 2019 l’Associazione italiana del farmaco (AIFA) ha inviato una nota informativa ai medici nella quale evidenzia il “rischio di effetti indesiderati, invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti” su tendini, muscoli, articolazioni e nervi legato a questo tipo di farmaci.

Casi limite, ma non certo marginali, tanto che attualmente sono attive sul web diverse comunità i cui aderenti si autodefiniscono “floxati” in quando pagano, anche in giovane età, un danno significativo a livello neuromuscolare derivato dall’assunzione di antibiotici il cui principio attivo, riportato accanto al nome commerciale, termina con “floxacina”.

Finora non sono state ancora perfettamente chiarite le ragioni per cui alcune persone presentano una specifica sensibilità verso i farmaci antibatterici indicati come chinolonici, o fluorochinolonici nel caso in cui nella loro struttura chimica siano presenti uno o più atomi di fluoro.

I pazienti affetti da questa patologia presentano oltretutto una situazione clinica-biologica particolarmente difficile da interpretare, la cui sintomatologia è sovente liquidata come di origine psicosomatica; tanto che, in alcuni casi, vengono loro prescritti antidepressivi.

C’è poi un ulteriore aspetto da considerare. Le numerose similitudini che accomunano i floxati con quanti subiscono la cosiddetta sindrome da long Covid, che colpisce molti tra quanti hanno contratto un’infezione acuta da SARS-CoV-2. Rischio da cui i vaccinati non sono esclusi.

Una delle ipotesi sempre più accreditate attribuisce l’origine di queste disfunzioni ai danni che  antibiotici e Covid causerebbero a livello mitocondriale.

Per fare il punto sullo stato dell’arte della ricerca e della clinica in questo settore, ci siamo rivolti al professor Enzo Soresi, da anni impegnato sul fronte dell’assistenza a persone affette da Fluoroquinolone-Associated Disability, e al professor Alberto Beretta, con cui Soresi condivide l’impegno nello studio dei danni connessi a stress mitocondriale.

Dottor Soresi qual è stato il primo caso clinico di un paziente “floxato” che ha dovuto affrontare?

Alcuni anni fa si presentò nel mio studio una signora cinquantenne. Mi raccontò che, per una polmonite, aveva assunto su prescrizione del proprio medico un antibiotico appartenente alla famiglia dei chinolonici. Dopo alcuni giorni si erano manifestati disturbi che ben presto divennero molto importanti. In breve quella che era una donna sportiva, una brillante professionista, a stento riusciva a camminare e svolgeva con fatica il suo lavoro a causa di uno stato permanente di confusione mentale.

Da lì è nato per me un percorso di studio e di ricerca per dare sollievo ai pazienti che da allora hanno iniziato a rivolgersi a me.

A quali conclusioni l’hanno portata le sue ricerche?

Oggi le prove raccolte portano a supporre che i chinoloni danneggino i mitocondri. È noto che antibiotici, quali ciprofloxacina e levofloxacina, vanno usati con criterio e sotto rigoroso controllo medico, e devono essere prescritti solo in caso di infezioni severe. Possono infatti causare gravi effetti collaterali che vanno, ad esempio, dai disturbi di deambulazione alle neuropatie, dai disturbi del sonno alla compromissione della memoria, dalle tendiniti alla rottura dei tendini, in particolare il tendine d’Achille, soprattutto nelle persone anziane. Su questo c’è una comunicazione molto chiara dell’EMA, l'Agenzia europea per i medicinali.

Esistono poi svariati studi, effettuati soprattutto negli Stati Uniti, che indicano come gli antibiotici rappresentino una minaccia per i mitocondri, visto che questi conservano alcune somiglianze con i loro antenati batterici. D’altra parte la presenza di un danno mitocondriale collima perfettamente con la sintomatologia descritta dai pazienti.

Come è nato il suo interesse scientifico per i mitocondri?

Ho iniziato a interessarmi all’argomento da quando, nel 2012, ho avuto notizia di uno studio effettuato negli Stati Uniti in cui il mitocondrio di venti sessantenni sedentari era stato confrontato con quello di un gruppo di altrettanti diciottenni sportivi. La biopsia al quadricipite eseguita ai componenti dei due gruppi aveva evidenziato come l’espressione genica del mitocondrio dei sessantenni fosse drasticamente inferiore rispetto a quella dei diciottenni. La biopsia venne poi ripetuta a distanza di sei mesi, durante i quali i sessantenni  si erano allenati per quaranta minuti, tre volte alla settimana. I risultati furono sorprendenti: dopo il periodo di allenamento l’espressione genica del mitocondrio delle cellule muscolari degli anziani era in linea con quella dei ragazzi.

Da qui è nato un percorso che mi ha portato a scrivere, insieme a Pierangelo Garzia, il libro Mitocondrio mon amour, in cui racconto quanto questi grandi regolatori della cellula siano importanti non solo per la nostra salute ma anche per la nostra stessa vita.

Cosa sono i mitocondri?

In estrema sintesi, si tratta di organelli presenti sulla terra da milioni di anni. A un certo punto, con un meccanismo biologico di endosimbiosi, si sono legati con le cellule eucariotiche e hanno fornito l’energia per far esplodere la vita sia a livello vegetale sia animale. Nel nostro organismo esistono miliardi di questi batteri mitocondriali, e sono diffusi in tutti i tessuti, soprattutto nei muscoli, ma si trovano in abbondanza anche nel cervello. Il loro compito è trasportare e fornire alle cellule l’energia necessaria per le loro funzioni.

In che cosa consiste il suo impegno verso i cosiddetti floxati?

Cerco di aiutarli per quanto mi è possibile, per alleviare, rallentare o bloccare il danno. Ho anche attivato un sito con un link tramite il quale possono contattarmi quanti vogliano avere maggiori informazioni o suggerimenti in merito a questo problema.

Parallelamente, sto portando avanti l’attività di ricerca insieme al professor Alberto Beretta, presidente e direttore scientifico di SoLongevity, una struttura da lui fondata riunendo un gruppo di colleghi, ricercatori e clinici. Con questo gruppo di lavoro abbiamo raggiunto interessanti risultati nella messa a punto di un nutraceutico, il CellFasting, che consente di contrastare questa forma di mitocondriopatia a tutt’oggi non descritta in clinica.

Una sintomatologia simile – anche se apparentemente meno grave – a quella dei floxati è quella che presentano quanti soffrono dei postumi di infezione da coronavirus; cosa ci può dire al riguardo?

Effettivamente, molte persone che hanno contratto il Covid 19 soffrono oggi, a vari livelli, di danni che vengono indicati con la locuzione long Covid. Si tratta di tutta una serie di sintomi complessi tra cui debilitazione, nebbia cognitiva, dolori muscolari. Anche in questo caso possiamo parlare di danno mitocondriale per la cui valutazione oggi possiamo avvalerci di un’importante novità metodologica che consente di evidenziare come la vitalità dei mitocondri di quanti sono affetti da long Covid sia prossima allo zero.

In supporto a questo mio impegno nell’ambito del long Covid, un prezioso aiuto è arrivato dalla Fondazione Lux Lucis che pone tra le proprie finalità il benessere dell’uomo, inteso nel suo complesso olistico. Per questo ha deciso di sponsorizzare i vari step di ricerca sul mitocondrio.

Professor Beretta quali sono gli obiettivi che intendete raggiungere attraverso SoLongevity?

Il nostro gruppo di ricerca è focalizzato nel trasferire le attuali conoscenze sulla longevità nella pratica clinica. Il che vuole dire sostanzialmente: invecchiare in salute. In questo senso, fondamentali, ma non sufficienti, sono gli studi nel campo della genetica ai quali occorre però affiancare quelli nel campo dell’epigenetica che ci consente di valutare il rischio reale per cui una persona possa contrarre una determinata malattia.

Quando poi combiniamo questi dati con quelli della funzionalità mitocondriale si apre tutto un mondo interessantissimo, che schiude nuove prospettive su come affrontare le principali patologie di cui soffriamo attualmente. Due in particolare: la sindrome metabolica e il problema del long Covid.

Oggi sentiamo spesso parlare di long Covid. Di cosa si tratta?

Il long Covid è una malattia che definiamo immuno-metabolica, in quanto presenta una doppia componente. La prima, autoimmuniaria, è scatenata dall’infezione, ma poi si mantiene nel tempo e tende a recidivare. La seconda è metabolica, in quanto le cellule del sistema immunitario sono talmente stimolate dal virus – che rimane presente anche quando il paziente si è negativizzato – che vanno in esaurimento metabolico funzionale. Quindi i loro mitocondri entrano in crisi e non funzionano più a dovere.

In quale direzione state lavorando per contrastare i sintomi del long Covid?

Attualmente, stiamo facendo dei test di funzionalità mitocondriale ai pazienti affetti da long Covid in quanto in questo settore disponiamo già di terapie. Che sono terapie tutto sommato abbastanza semplici, come l’integrazione col coenzima Q 10.

Un altro nutraceutico molto interessante è il CellFasting, integratore dei precursori di glutatione, resveratrolo e NAD+, molto attivi sull’attività mitocondriale. Questo integratore è frutto di una realtà nata dall’incontro di ricercatori e clinici altamente qualificati che fanno parte del comitato scientifico di SoLongevity.

In studi pre-clinici, i principi attivi alla base di CellFasting hanno già dimostrato una forte attività antiossidante in grado di riequilibrare uno stato ossidoriduttivo alterato. Studi osservazionali, inoltre, suggeriscono la sua potenziale efficacia contro i sintomi da long Covid.

In pratica, tramite l’assunzione di nutraceutici possiamo far lavorare bene il mitocondrio, nutrirlo in maniera adeguata e fornirgli quei fosfolipidi che ne migliorino la comunicazione.

Dottor Soresi, oltre ai nutraceutici quale altro consiglio ci può dare per preservare la vitalità mitocondriale?

L’altro pilastro, in questo senso, è costituito dal cosiddetto digiuno intermittente. Una pratica di semplice applicazione e che non comporta alcun particolare sacrificio. Si tratta di sottoporsi per due/tre volte la settimana a un digiuno di 14 o 16 ore, durante il quale si innesca la mitofagia, un evento chiave per la salute della cellula, che porta all’eliminazione selettiva dei mitocondri. Vengono così soppressi quelli danneggiati o non funzionali a favore di quelli più sani e vitali.

Il digiuno intermittente può essere praticato eliminando nei giorni prescelti la colazione. Ad esempio: cenando alle otto di sera e pranzando alle dodici del giorno seguente è facile raggiungere un digiuno di 16 ore.

Sicuramente importante è anche l’attività fisica, che non va praticata quando è ancora presente uno stato di sofferenza. Ma, appena recuperata una buona condizione, l’esercizio fisico diventa un ulteriore baluardo per supportare l’attività mitocondriale.

Nel diagramma sono riportati i risultati dell’esame che valuta la vitalità del mitocondrio eseguito su quattro differenti categorie di soggetti:

  • La linea blu fa riferimento al soggetto campione – più volte sottoposto a esame – che definisce lo standard del livello di normalità.
  • La sottostante linea verde esprime chiaramente la scarsa vitalità mitocondriale di un soggetto che ha subito danni da farmaci chinolonici (ciproxin, levofloxacin , ecc ).
  • Nell’andamento della linea rossa possiamo vedere gli effetti prodotti sulla vitalità mitocondriale dall’assunzione di metformina, farmaco che mima la restrizione calorica.
  • La linea arancione indica, infine, i risultati ottenuti su un paziente che ha subito danni da Covid 19, ed è stato quindi trattato con una miscela di nutraceutici finalizzati al potenziamento della vitalità mitocondriale. Tra i nutraceutici più attivi sono risultati il Cellfasting della SoLongevity e il coenzima Q10 sotto forma di spray liposomiale.